STORIA DEL VINO

La vite è senza dubbio una delle piante che per prime comparvero sulla terra. Reperti fossili rinvenuti in molti paesi europei, confermano la sua esistenza già 50 milioni di anni fa. Con il periodo della glaciazione, però, queste piante scomparvero quasi del tutto dal continente europeo e riuscirono a sopravvivere nelle zone pedemontane a sud delle Alpi, nelle isole mediterranee, in Medio Oriente, nel Caucaso e in Iran. La vite più antica apparsa sulla terra fu la cosiddetta “vitis silvestris” o selvatica, successivamente, invece, apparve la “vitis vinifera sativa”, coltivabile dall’uomo e dai cui frutti deriva il vino.

Molti indicano la Mesopotamia quale culla in cui per la prima volta vide la luce il vino, prodotto dai semiti. Grazie alla loro, più tardi la coltura della vite si diffuse a sud del Mar Caspio, in Siria, in Asia Minore e in Grecia. Un’espansione alla quale concorsero i Fenici con i loro scambi commerciali e più tardi gli stessi Greci, che portarono la vite in Francia intorno al 600 a.C. e in Italia, anche se secondo altri studiosi la viticoltura sarebbe stata introdotta nella penisola italica dagli Etruschi, popolazione proveniente proprio dall’Asia Minore. I Romani, dal canto loro, furono gli inventori dell’innesto, e contribuirono a diffondere la vite e il vino oltre i loro confini originari - portandoli addirittura in Danimarca e Scandinavia - e poi nel mondo bizantino. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, per la prima volta stila una classifica dei cru e individua 80 zone di elezione e 185 tipologie di vino. Già da vino è divenuto un tema letterario: nella letteratura latina sono frequenti i temi bacchici ed è Orazio che nel I secolo a.C. disegna la prima figura di ubriacone, simbolo della nuova tipologia di consumatore indotra dall’allargamento dei consumi. Che durante l’Impero toccarono a Roma 200 litri annui pro capite.


Con le invasioni barbariche la viticoltura riuscì a sopravvivere solo in quelle vallate e campagne non toccate dalle guerre, grazie soprattutto all’opera degli ordini monastici, Benedettini e Cluniacensi, che trascrissero e divulgarono le opere agrarie e assicurarono il vino al culto cristiano e alle loro necessità di consumo. Nel MedioEvo l’affermarsi dei Comuni e delle Repubbliche Marinare riattiva molti commerci tra i quali quello del vino. Un commercio esercitato soprattutto dalla repubblica di Venezia nel cui porto, intorno alla fine del 1300 venivano sbarcate dalle 4mila alle 5mila botti all’anno di vini greci e del medio oriente.

Col passare dei secoli la coltura e l’uso del vino si diffusero sempre più: nel Settecento vengono scritti trattati e nascono accademie di agricoltura e scuole di tecnica agraria. Ovunque si incrementò la coltivazione di vitigni di pregio, soprattutto per migliorare la qualità di vino da esportare. Mentre i progressi della chimica e della scienza in genere favorirono gli enologi, interessati soprattutto al processo di fermentazione dei mosti. Nella seconda metà del XIX secolo, la viticoltura subì una radicale trasformazione a causa soprattutto dei malattie che si abbatterono sui vigneti europei: l’Oidio nel 1850, la Peronospora e la Fillossera nel 1870. Quest’ultima colpisce soprattutto i vitigni francesi ed è grazie all’opera del professor Planchon di Montpellier che la situazione si risolve: quest’ultimo individua le origini americane della fillossera e scopre che le viti americane hanno sviluppato una particolare resistenza al parassita. Da qui nasce la tecnica di innesto delle viti europee su piede americano che risulta decisiva per debellare il flagello. Da quel momento, però, al geografia del vigneto europeo cambia completamente: nelle zone meno vocate la viticoltura scompare, mentre il resto degli impianti è completamente rinnovato, modificando completamente di conseguenza il gusto del vino prodotto che ritroviamo poi oggi.


 

 
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